Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

Regole ed esortazioni
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Piccolo Testamento
Testamento
Regola di vita negli eremi
Scritti per Chiara d’Assisi
Ammonizioni
TESTAMENTO DI SAN FRANCESCO (1226)
Francesco d'Assisi negli ultimi anni della sua vita
(Greccio: antica raffigurazione di San Francesco, dolorante per la malattia agli occhi)


TESTAMENTO DI SAN FRANCESCO (1226)

Nelle ultime settimane della sua vita (non sappiamo, purtroppo, in quale luogo e circostanze precise: se a Bagnara nella pausa estiva, o nell'episcopio di Assisi o alla Porziuncola), Francesco detta il suo Testamento, che il suo segretario (Leone?) consegna in un latino, così umile e dimesso, da riecheggiare la parlata viva del Santo.
E' questo, senza dubbio, il documento più autentico e più personale del "Giullare di Dio". Esso è indirizzato, principalmente, ai suoi frati, ed ha lo scopo di sintetizzare la sua vita, le sue scelte, i suoi ideali più cari: la vita evangelica vissuta in povertà; la gioia della vita di penitenza; l'amore per Cristo, specie nell'Eucarestia; l'apostolato tra il popolo; la devozione e la fedeltà alla Chiesa, che si manifesta anche nel rispetto verso i sacerdoti; la preghiera della prima fraternità francescana; il lavoro visto come una grazia di Dio; la letizia di una vita semplice vissuta accanto ai più poveri e agli umili; la fedeltà assoluta al progetto di vita fissato nella Regola.
I francescani, in queste pagine, ritrovano, più che in ogni altro scritto, la voce, lo spirito, l'anima di Francesco d'Assisi.
Il Testamento reca, a quanti amano il "Poverello di Assisi", una testimonianza tanto schietta di vita, da poter essere considerata come la prima e più autentica biografia del Santo.

di Paolo Rossi
paolorossi62@libero.it


Inizia il testamento del beato Francesco

(Leggi il testamento in latino)

Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: "Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo".

Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.

E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori.
E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.

E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi.
E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso.

E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le santissime parole divine, così come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.

E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò.

E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevano avere di più.

Noi chierici dicevamo l'ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster; e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.

Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all'onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l'esempio e tener lontano l'ozio.

Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l'elemosina di porta in porta.

Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: "Il Signore ti dia la pace!".

Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini.

Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna (di privilegio) nella curia romana, né personalmente né per interposta persona, né per una chiesa né per altro luogo, né per motivo della predicazione, né per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.

E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l'obbedienza e la sua volontà, perché egli è mio signore.

E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l'ufficio, così come è prescritto nella Regola.

E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire allo stesso modo ai loro superiori e a recitare l'ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non recitassero l'ufficio secondo la Regola, e volessero comunque variarlo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti, per obbedienza, ovunque trovassero uno di essi, a consegnarlo al custode più vicino al luogo ove l'avranno trovato. E il custode sia fermamente tenuto, per obbedienza, a custodirlo severamente, come un uomo in prigione, giorno e notte così, che non possa essergli tolto di mano, finché non lo consegni di persona nelle mani del suo ministro. E il ministro sia fermamente tenuto, per obbedienza, a farlo scortare per mezzo di tali frati che lo custodiscano giorno e notte come un prigioniero, finché non lo consegnino al signore di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità.

E non dicano i frati: "Questa è un'altra Regola", perché questa è un ricordo, un'ammonizione, un'esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, miei fratelli benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.

E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.

E sempre tengano con se questo scritto assieme alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.

E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole dicendo: "Così si devono intendere"; ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine.

E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell'altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi. Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. Amen.


Incipit testamentum beati Francisci

Dominus ita dedit mihi fratri Francisco incipere faciendi poenitentiam: quia, cum essem in peccatis, nimis mihi videbatur amarum videre leprosos; et ipse Dominus conduxit me inter illos, et feci misericordiam cum illis. Et recedente me ab ipsis, id quod videbatur mihi amarum, conversum fuit mihi in dulcedinem animi et corporis. Et postea parum steti et exivi de saeculo.

Et Dominus dedit mihi talem fidem in ecclesiis, ut ita simpliciter orarem et dicerem: "Adoramus te, Domine Jesu Christe, hic et omnes ecclesias tuas, quae sunt in toto mundo, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redimisti mundum".

Postea Dominus dedit mihi et dat tantam fidem in sacerdotibus, qui vivunt secundum formam sanctae romanae Ecclesiae, propter ordinem ipsorum, quod si facerent mihi persecutionem, volo recurrere ad ipsos. Et si haberem tantam sapientiam, quantam Salomon habuit, et invenirem pauperculos sacerdotes huius saeculi, in parochiis in quibus morantur, nolo praedicare ultra voluntatem ipsorum. Et ipsos et omnes alios volo timere, amare et honorare, sicut meos dominos; et nolo in ipsis considerare peccatum, quia Filium Dei discerno in ipsis, et domini mei sunt. Et propter hoc facio, quia nihil video corporaliter in hoc saeculo de ipso altissimo Filio Dei nisi sanctissimum corpus et sanctissimum sanguinem suum, quod ipsi recipiunt et ipsi soli aliis ministrant. Et haec sanctissima mysteria super omnia volo honorari, venerari et in locis pretiosis collocari.

Sanctissima nomina et verba eius scripta, ubicumque invenero in locis illicitis, volo colligere et rogo, quod colligantur et in loco honesto collocentur. Et omnes theologos, et qui ministrant sanctissima verba divina, debemus honorare et venerari sicut qui ministrant nobis spiritum et vitam.

Et postquam Dominus dedit mihi de fratribus, nemo ostendebat mihi quid deberem facere; sed ipse Altissimus revelavit mihi quod deberem vivere secundum formam sancti Evangelii. Et ego paucis verbis et simpliciter feci scribi; et dominus papa confirmavit mihi. Et illi qui veniebant ad recipiendam vitam, omnia quae habere poterant, dabant pauperibus; et erant contenti tunica una intus et foris repetiata, cum cingulo et braccis. Et nolebamus plus habere.

Officium dicebamus clerici secundum alios clericos, laici dicebant Pater noster; et satis libenter manebamus in ecclesiis. Et eramus idiotae et subditi omnibus.

Et ego manibus meis laborabam et volo laborare; et omnes alii fratres firmiter volo quod laborent de laboritio quod pertinet ad honestatem. Qui nesciunt discant, non propter cupiditatem recipiendi pretium laboris, sed propter exemplum et ad repellendam otiositatem. Et quando non daretur nobis pretium laboris, recurramus ad mensam Domini, petendo eleemosynam ostiatim.

Salutationem mihi Dominus revelavit, ut diceremus: "Dominus det tibi pacem!".

Caveant sibi fratres, ut ecclesias, habitacula paupercula et omnia alia, quae pro ipsis construuntur, penitus non recipiant, nisi essent sicut decet sanctam paupertatem, quam in regula promisimus, semper ibi hospitantes sicut advenae et peregrini.

Praecipio firmiter per obedientiam fratribus universis, quod, ubicumque sunt, non audeant petere aliquam litteram in curia romana per se neque per interpositam personam, neque pro ecclesia neque pro alio loco, neque sub specie praedicationis neque pro persecutione suorum corporum; sed, ubicumque non fuerint recepti, fugiant in aliam terram ad faciendam poenitentiam cum benedictione Dei.

Et firmiter volo obedire ministro generali huius fraternitatis et alii guardiano, quem sibi placuerit mihi dare. Et ita volo esse captus in manibus suis, ut non possim ire vel facere ultra obedientiam et voluntatem suam, quia dominus meus est. Et quamvis sim simplex et infirmus, tamen semper volo habere clericum, qui mihi faciat officium, sicut in regula continetur.

Et omnes alii fratres teneantur ita obedire guardianis suis et facere officium secundum regulam. Et qui inventi essent qui non facerent officium secundum regulam et vellent alio modo variare, aut non essent catholici, omnes fratres, ubicumque sunt, per obedientiam teneantur, quod, ubicumque invenerint aliquem ipsorum, proximiori custodi illius loci, ubi ipsum invenerint, debeant repraesentare. Et custos firmiter teneatur per obedientiam ipsum fortiter custodire sicuti hominem in vinculis die noctuque, ita quod non possit eripi de manibus suis, donec propria sua persona ipsum repraesentet in manibus sui ministri. Et minister firmiter teneatur per obedientiam mittendi ipsum per tales fratres, qui die noctuque custodiant ipsum sicuti hominem in vinculis, donec repraesentent ipsum coram domino Ostiensi, qui est dominus, protector et corrector totius fraternitatis.

Et non dicant fratres: "Haec est alia regula": quia haec est recordatio, admonitio et exhortatio et meum testamentum, quod ego frater Franciscus parvulus facio vobis fratribus meis benedictis propter hoc, ut regulam, quam Domino promisimus, melius catholice observemus. Et generalis minister et omnes alii ministri et custodes per obedientiam teneantur in istis verbis non addere vel minuere. Et semper hoc scriptum habeant secum iuxta regulam. Et omnibus capitulis, quae faciunt, quando legunt regulam, legant et ista verba.

Et omnibus fratribus meis clericis et laicis praecipio firmiter per obedientiam, ut non mittant glossas in regula neque in istis verbis, dicendo: "Ita volunt intelligi"; sed sicut dedit mihi Dominus simpliciter et pure et dicere et scribere regulam et ista verba, ita simpliciter et sine glossa intelligatis et cum sancta operatione observetis usque in finem.

Et quicumque haec observaverit, in caelo repleatur benedictione altissimi Patris et in terra repleatur benedictione dilecti Filii sui cum Sanctissimo Spiritu Paraclito et omnibus virtutibus caelorum et omnibus sanctis. Et ego frater Franciscus, parvulus vester servus, quantumcumque possum, confirmo vobis intus et foris istam sanctissimam benedictionem. Amen.



 
 



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